Il Capocomitiva di Bari

Benvenuti, questo è il mio primo "BLOG". Per quanti di voi che abbiano intenzione di conoscere attualità, cronaca, divertimenti e tradizioni della città di Bari e non solo. Potrete fare due chiacchiere con me lasciando i vostri commenti o consigli in maniera seria ed io saro' felice di rispondervi. Buon divertimento Amici miei. Un saluto da Sergio "Il Capocomitiva". P.s.: Per la realizzazione di questo Blog nessun pugliese è stato maltrattato......

04 giugno 2010

Tutto in una notte - Bari, 5 giugno 2010

Dal sito http://www.tafter.it/ riporto quanto segue:
""""""Vicoli e piazze di Bari vecchia in festa, domani sera, per la prima “notte bianca” del borgo antico. Dalle 20.30 fino all’alba, le stradine del quartiere San Nicola si animeranno con musica dal vivo, artisti, bancarelle, degustazioni di vino e olio. I negozi resteranno aperti fino a tarda notte, così come le chiese e i musei, che potranno essere visitati partecipando a piccoli tour. Il circolo Acli “Enrico Dalfino” di piazza Odegitria organizza visite guidate tra i luoghi più caratteristici di Bari vecchia. Il Castello svevo, così come la Cattedrale di San Sabino e la Basilica di San Nicola resteranno aperte fino a tarda ora. In piazza Mercantile mercato dell’antiquariato, al Fortino quello dell’artigianato mentre in piazza Odegitria l’Accademia Kronos presenterà “Expo Shangai 2010-Monnalisa sbarca in Oriente”.
Nella chiesa di San Gaetano si terrà un concerto di musica sacra, a partire dalle 20.30. Nel Castello svevo, invece, spazio alla musica e alla comicità della Rimbamband, che si esibirà a partire dalle 21 (ingresso libero, ma posti limitati). Sul palco allestito in piazza del Ferrarese, invece, alle 23 saliranno gli Adika Pongo, per interpretare i classici anni Settanta, Ottanta, Novanta.

All’iniziativa, organizzata dalla circoscrizione San Nicola-Murat, ha aderito anche la Confcommercio, che ha convinto i proprietari di negozi e botteghe a fare gli straordinari. “É la prima notte bianca del borgo antico, un evento a cui teniamo tantissimo e per il quale stiamo lavorando da tempo”, spiega il presidente della nona circoscrizione, Mario Ferorelli, che ieri ha presentato l’evento assieme all’assessore comunale al Marketing territoriale, Gianluca Paparesta e al vicepresidente della Provincia, Nuccio Altieri. Per evitare che il traffico vada in tilt e che parcheggiare l’auto sia un’impresa, resterà attivo il servizio di Park and Ride, con le navetta da Pane e pomodoro e dall’ex Ferrotranviaria."""""""

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Carissimi amici, ben trovati a tutti e benvenuti nuovamente su questo mio piccolo blog. Come avete potuto leggere, una notte bianca in piena regola quella che è prevista per sabato 5 giugno 2010. Tanti sono gli avvenimenti e gli spettacoli in programma, nonchè la possibilità di visitare al meglio le bellezze del capoluogo pugliese.

I negozi saranno quindi aperti e per le starde del centro sarà possibile visitare anche le chiese e i monumenti piu' importanti della città.

Un'occasione per fare due passi con gli amici e con la famiglia, divertendosi e magari anche facendo un po' di shopping notturno.....

Beh, speriamo quindi che sia massima l'affluenza dei visitatori e dei turisti e speriamo soprattutto in una notte di serenità e tanta allegria!!!!

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11 settembre 2008

La gentilissima "Nonna Ivana" e la sua visita in città!
















Cari amici, oggi ho avuto il piacere (ed aggiungerei l'onore) di avere tra i miei ospiti on line una splendidissima signora bolognese (blogger persino) davvero simpaticissima: Nonna Ivana.
La signora in questione è venuta per turismo a visitare la nostra beneamata Bari e ne è rimsata davvero affascinata.
Consapevole del fatto che non si sarebbe potuta trattenere in città tantissimo, è pero' riuscita a realizzare moltissime belle fotografie del centro storico del capoluogo pugliese.
I luoghi maggiormente apprezzati sono stati sicuramente quelli relativi alla zona murattiana, al porto, alla città vecchia. Particolare risalto è stato dato al "mercato del pesce", situato sul lungomare, poi una bella foto panoramica mostra il porto di Bari, in altre si possono vedere i particolari monumenti che abbelliscono la Basilica dedicata a San Nicola.
Fotografie realizzate quindi "ad arte" dalla pimpante signora. Mi permetto quindi di "rubare" alcune delle immagini scattate da Ivana e di inserirle sul mio blog, affinchè possiate ammirare anche voi la bravura e la passione di questa arzilla signora.
In conclusione, un grandissimo grazie ad Ivana, per la sua visita in città ed un altrettanto doveroso grazie per le immagini che ha messo a disposizione su internet inerenti proprio la città di Bari!!!
Una domanda che giunge dal profondo del cuore: ma Ivana prima di tornare a casa, sarà riuscita a farsi una bella scorta di orecchiette, pesce e formaggi locali, visto che in quel di Bologna le nostre prelibatezze costano care e si trovano con difficoltà!!!!????Mah, speriamo di si'.
Altrimenti alla prossima visita le lascio io un bel cestino gastronomico locale!!!!
Gente, che dire, se potete non dimenticate di visitare il link della nostra cara amica bolognese: http://cucinariodinonnaivana.blogspot.com/2008/09/bari-sapore-di-mare.html#links da dove ho tratto le foto , mi raccomando!!!!Ciao a tutti!!!
Come si dice dalle parti nostre: """Sanda Nicol iè amand de le forastir""" cioè, San Nicola è amante dei forestieri. Verissimo!!!!Viva i bravi turisti!!!!!!

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31 maggio 2008

Capurso (BA)

Cari amici, cari lettori, bentrovati e buongiorno a tutti voi. Il post odierno lo dedico al Comune di Capurso. Ebbene si, dopo tanti altri paesi, era mio compito descrivere anche questo, appartenente all'hinterland della nostra provincia. Dista circa 10 km da Bari, da cui è facilmente raggiungibile percorrendo la statale 100 in direzione Taranto. E' situata a 72 mt. s.l.m. ma l'altitudine sale a mt. 148 nella parte sud del territorio.
Le origini e la storia.
L'origine della cittadina è da collocare intorno all'anno Mille. Tracce della sua esistenza si ritrovano, anzi, già prima dell'anno Mille, come si evince dagli affreschi ritrovati nella Grotta di Santa Barbara nell'omonima contrada.
Sull'origine del toponimo Capurso ci sono varie interpretazioni alcune delle quali piuttosto fantasiose.
Secondo una corrente di pensiero (Pacifico e D'Addosio) il nome della città sarebbe derivato da Orso, figlio di Ajone, principe di Bari e Benevento, nell'anno 888 d.C. Un'altra teoria, sostenuta dal Roppo, fa risalire l'origine del nome a Urso o Ursone, nome molto frequente nel Medio-Evo.
Il poeta Torricella associo' il nome della città all'orsa polare, ma sicuramente la piu' suggestiva e affascinante delle interpretazioni è quella legata alla leggenda dell'orso che riscuote grandi consensi su base popolare.
Secondo tale leggenda, il nome della città sarebbe derivato dalla testa di un orso (caput ursi), ucciso dai primi abitanti del luogo, posta su un carro e fatta trainare dai buoi. Il paese sarebbe sorto nel punto in cui il carro fermo' la sua corsa. Al di là di leggende e interpretazioni suggestive, studi recenti ritengono che la voce Capurso derivi da quei nomi che, nati come appellativi, acquistano poi il valore di sostantivo. Cosi' da locus caprutius ( luogo di capre) sarebbe derivato Caprutius e quindi Capurso.
La cittadina è passata attraverso varie dominazioni straniere, subendo spesso devastazioni e rovine. Nel corso dei secoli si sono infatti succedute le dominazioni normanne, sveve e angioine.
Solo con l'avvento degli Aragonesi e, soprattutto per merito della politica illuminata della Regina Bona Sforza, la cittadina assume una sua dignità civica. Con la morte della regina Sforza il feudo passo' nelle mani dei Marchesi Pappacoda che dominarono Capurso per due secoli dal 1556 al 1775 e per cui volontà sorse un palazzo marchesale (spesso impropriamente definito castello) andato pero' distrutto. La rivoluzione francese ebbe i suoi effetti anche su Capurso nella quale si svilupparono fermenti liberali sostenitori di una Repubblica partenopea in contrapposizione alla dominazione Borbonica. Tale spirito "rivoluzionario" si evidenzio' anche durante il periodo dei moti carbonari con la presenza di un associazionismo segreto di stampo liberale. Con l'Unità d'Italia la cittadina assume un suo prestigio tra i Comuni della Provincia grazie all'operato di molti dei suoi cittadini illustri. Durante il periodo delle guerre mondiali Capurso paga un prezzo pesante sacrificando molti dei suoi figli. La fine della guerra e del ventennio fascista rappresentano un nuovo punto di partenza per la cittadina che avvia la propria ricostruzione sociale ed economica.
I monumenti e le chiese.
Tanti sono gli edifici religiosi presenti in questo bel paese. Tra questi si segnalano i seguenti: Il convento di San Francesco da Paola, la chiesetta della "solitudine" (costruita sull'antico pozzo di Santa Maria, in contrada Piscine. Al suo interno c'è il famoso pozzo della madonna), la chiesa del SS. Salvatore e logicamente non si puo' non ricordare la Reale Basilica dedicata alla "Madonna del Pozzo".
Quest'ultima chiesa, infatti, venne costruita per ricordare l'esperienza di don Domenico Tanzella che nel 1705, in precarie condizioni di salute, ebbe la visione della Madonna che lo invito' a bere l'acqua del pozzo detto di SS. Maria e gli fece promettere di erigere una cappella per il suo culto.
La costruzione del santuario con annesso convento degli Alcantarini si rivelo' piuttosto complicata per dissidi interni alla congregazione romana.
E' il monumento piu' importante in Capurso, di una sola navata con due altari minori laterali, è di chiara ispirazione tardo-barocca ha visto posare la prima pietra il 5 luglio del 1750 ma fu terminata presumibilmente nel 1778.
Custodisce l'affresco della Madonna ritrovato nel Pozzo di SS. Maria.
Nella chiesa si conservano inoltre, opere pittoriche di Francesco Carella: L'Ultima Cena (XVIII sec.) L'agonia di Cristo (XVIII sec.).
Gli avvenimenti.
Da segnalare, inoltre, le varie feste, ricorrenze ed avvenimenti che si ripetono annualmente in Capurso. Infatti, non si puo' dimenticare, ad esempio, il "carnevale" che ha inizio il 17 gennaio ed è caratterizzato dall'organizzazione di balli in locali privati in base a un preciso regolamento sotto la guida del "commendatore di sala".
Negli ultimi anni alle feste private si è aggiunta una sfilata per le vie del paese con la presenza di numerosi gruppi mascherati.
Inoltre, altro evento importante è "la Fanoj", si svolge alla vigilia dell'Immacolata (7 dicembre) ed è caratterizzata dall'accensione di un grande falo' in p.zza Gramsci intorno al quale la gente si riunisce per la degustazione di prodotti tipici locali (sfogliata di cipolle, taralli, vino).
Ancora si rammenta la Festa di "San Giuseppe", patrono della cittadina, con processione della Statua del patriarca e consegna delle chiavi della città da parte del Sindaco.
Per ultima (ma non per importanza) si segnala logicamente la "Festa della Madonna del Pozzo" compatrona di Capurso, celebrata l'ultima domenica di agosto e caratterizzata da una lunga e suggestiva processione del mattino (dura 6 ore) con una lunga teoria di ceri votivi portati a mano e da un'altra processione la sera con la presenza di un carro trionfale trainato, come da tradizione, da un gruppo di fedeli di Bisceglie (BA).
Info by e immagini: www.madonnadelpozzo.org www.comune.capurso.bari.it
www.venisti.it www.araldicacivica.it www.paesionline.it

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03 febbraio 2008

Cellamare (BA)

Cari amici ben trovati a tutti. Dopo tanto tempo ritorno a parlare dei paesi della provincia barese. Oggi tocca alla città di Cellamare.
(fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Cellamare). Cellamare è un comune di 4.678 abitanti della provincia di Bari, che dista 12km a Sud-Est dal capoluogo della Regione Puglia, Bari. Le sue origini si fanno risalire al secolo XI; l'unico documento attendibile in tal senso puo' essere considerato uno statuto delle città e delle terre appartenenti all'Arcidiocesi di Bari, compilato nel 1171 dall'Arcivescovo Rainaldo nel quale per la prima volta si cita una località di nome Cellamare o Cellamarii. Alcuni storici sono invece concordi nel segnalare l'esistenza di questo sito o villaggio di pastori e contadini in concomitanza con le escursioni saracene. Si racconta infatti che nel 988 i saraceni attuarono una delle piu' feroci incursioni nel territorio intorno a Bari, depredando le popolazioni ed incendiando le loro abitazioni. Dopo aver distrutto Ceglie e Valenzano si trasferirono nel territorio di Capurso, ma qui furono respinti ed uccisi dai capursesi e cellamaresi. La zona ancora oggi viene chiamata Massaracina per ricordare il massacro dei saraceni. In quanto al toponimo "Cellamare" gli storici rimandano all'episodio riguardante l'arcivescovo di Bari Giovanni V, che a seguito della distruzione di Bari perpetrata dal sovrano normanno Guglielmo il Malo si rifugio' col suo seguito nel territorio che da allora muto' il nome da Cella Amoris in Cella Amaris per sottolineare il dolore degli esuli. Si ignora come e quando Cellamare si tramuto' in feudo. Il primo signore di cui si hanno notizie è Roberto Venato. Gli successe il fratello Galeotto Venato, morto nel 1294. Con la sua scomparsa il feudo di Cellamare passo' al Regio Fisco, cioè allo Stato per mancanza di eredi. Trasformatosi nuovamente in feudo nel 1407, Cellamare fu appannaggio di diverse famiglie (Sandionigi, Di Sangro, Marra, Caracciolo), fino a quando con l'avvento di Murat passo' al regno di Napoli.
IL BORGO
L'attuale chiesa della SS. Annunziata è costruita sul suolo di un'altra antica chiesa edificata sulle fondamenta dall'arcivescovo Rainaldo (1171-1188). La nuova chiesa fu costruita nel 1854 sotto l'arcivescovo di Bari Michele Basilio Clary, come si rileva dall'epigrafe posta sotto l'architrave della porta maggiore. La pianta è ad una navata con tre cappelle per lato. All'interno è possibile ammirare un pregevole dipinto su tavola raffigurante lo "sposalizio di Santa Caterina). Il dipinto è attribuito alla scuola fiorentina del secolo XII. Sullo stesso piano della facciata si eleva la Torre Campanaria costituita da grossi conci in pietra e divisa in due ordini. Quello inferiore ha una luce quadrilobata in cornice circolare; l'ordine superiore, che si sopraeleva dall'altezza della chiesa, è la cella campanaria con lesene angolari e bifore. La Torre Civica, comunemente chiamata Torre dell'orologio, si erge in Largo don Bosco di fronte alla chiesa matrice. Realizzata nel 1923 è composta da un basamento trapezoidale. Una piccola scaletta interna conduce al piano del loggiato dotato di quattro bifore, una su ogni lato, costituite da tre colonnine in pietra locale. Il secondo piano è decorato da una scultura a basso rilievo che raffigura lo stemma comunale
Da un articolo di M. Saraceno edito su "La sera del Corriere delle Puglie" il 14 maggio 1922
LA STORIA.
La storia della minuscola Celi Amor, o Cella Amoris, come fu chiamata piu' tardi e Cellamare; come chiamasi oggigiorno, oltre a presentare piu' o meno quell' interesse che tutte le storie particolari della città hanno per lo studioso di cose patrie, racchiude, noi crediamo, un interesse veramente speciale per il filologo: l'origine del nome, o meglio la trasformazione del nome. Dall' esame etimologico della parola Cellamare, balza, come vedremo, quasi intera la storia del comunello della provincia di Bari. Il primo documento in cui è nominato Cellamare (Cellamarii) per quanto consti a noi, è del 1171. E' uno statuto della Città e terre appartenenti alla archidiocesi di Bari, compilato dallo stesso Arcivescovo Rainaldo. Bisogna pero' notare che dalla Bolla di Papa Alessandro III dello stesso anno (III kal. Julii, V. indictio ), sul medesimo oggetto, non è segnata Cellamare. Cio' vuoI dire che questo paese era del tutto tra scurabile e affatto sconosciuto alla Curia Romana. Difatti dagli storici baresi sappiamo che Cellamare era formata, a quei tempi, da unavilla di proprietà degli arcivescovi di Bari, circondata da misere capannelle, abitate da pastori e da contadini che lavoravano le terre circostanti, appartenenti pure alla stessa mensa arcivescovile. Questa villa situata ad un miglio a sud di Capurso, chiamavasi prima del 1171 Celi Amor e Cella Amoris, come risulta da altri autori. In essa, secondo il Beatillo, il Cerri, e il Carruba, gli arcivescovi Baresi passavano i mesi piu' caldi dell' anno. E noi non stentiamo a credere che, per l'aria salubre che ivi si respira per il clima temperato che vi si gode, per l' amena posizione su cui è messa e per la verdeggiante campagna che la circonda, Cellamare non sia stata in quei tempi degni di tal nome ammaliante: Celi Amor. Ma purtroppo, giorni di scorno eterno e di beffe atroci si maturavano per la piccola borgata. Era arcivescovo di Bari Giovanni V, consacrato da Papa Eugenio III il 12 febbraio 1151, quando scese in Puglia Guglielmo il Malo, Re di Sicilia, il quale dopo aver distrutto parecchie città pugliesi, come Gioia del Colle, Bitetto, ecc., si avvio' alla volta di Bari con sanguinosi intendi menti, perchè i Baresi avevano dato man forte al Conte Loritello e a Roberto di Basville, nemici di lui; perchè avevano accolto nella loro città il Paleologo greco, comandante le truppe greche, e perchè infine avevano distrutto il regio castello. Marciando cosi' adirato il Re alla volta di Bari, continua il Garruba; i cittadini certamente ad insinuazione di Giovanni, uscirono ad incontrarlo senz' armi, ed in abito di penitenza chiedendo misericordia. Ma altro non ottennero se non lo spazio di due giorni per uscire di città con quanto potevano trasportare. Dopo di che, spia nata prima le mura, la nostra Bari, si' ricca, si' popolata, si' celebre fu ridotta in un mucchio di pietre, che il popolo disperse nei luoghi circostanti. L'afflitto nostro Giovanni si ridusse con buona porzione del clero e con qualche altro della città in una villa detta Cella di Amore. Se l'indole di questa breve monografia ce lo permettesse noi ci proveremo a ricostruire le peripezie ora tragiche ora buffe che certamente saranno accadute durante il viaggio a quella tipica comitiva che si recava in esilio dopo essere sfuggita per miracolo alle unghie di Guglielmo il Malvagio, e ci sforzeremo di riferire i soliloqui e i dialoghi aggirantisi, forse attorno al destino serbato loro dalla nuova residenza, che i veri personaggi, dall'afflitto Giovanni all'opulento Canonico cantore, dallo smilzo pri micerio, al rubicondo confessore del monastero, avran potuto fare, durante il penoso cammino. Noi ci asteniamo dal far cio' e lasciamo che la fantasia, del benevolo lettore si sbizzarrisca a suo talento. Gli facciamo solo considerare che quei poveri reverendi, dopo le terribili notizie avute per parecchio tempo delle atrocità commesse dalle soldatesche di Guglielmo nelle altre città dopo la tremarella provata nel sentire che quei diavoli di normanni col loro satanasso alla testa erano già alle porte di Bari, dopo lo spavento provato nel vederseli davanti in carne ed ossa duri alle loro preghiere, pronti ad abbattere la loro patria e a commettere ogni sorta di atrocità non avranno avuto altro pel capo che di fuggire lontano per salvarsi la pelle. Percio' l' invito rivolto loro dall'Arcivescovo Giovanni giunse in buon punto e li rassicuro' e li consolo' tanto piu' che il loro soggiorno aveva il piu' seducente, il piu' affascinante dei nomi: Celi Amor. Di leggeri si. Immaginerà che la loro fantasia percorreva o pre gustava la tranquillità le dolcezze l'incantesimo della nuova vita! Siamo giusti: dopo quel po' di ben di Dio, avevan veramente bisogno di pace e di quiete. Ma, poichè come abbiamo detto sin da principio, Cellamare in quei tempi era composta della villa dello arcivescovo e di qualche capanna di pastore o di contadino, il lettore immaginerà anche facilmente che per i numerosi ospiti (buona parte del clero e qualche altro della città- certamente nobile - pensiam noi) saranno state addirittura insufficienti le abitazioni trovate disponibili. E difatti sappiamo dal Cerri che l'Arcivescovo Giovanni fece costruire delle altre case: "domus construi fecit " Ma non dice quando furono edificate queste case se cioè prima dell'arrivo dei profughi o dopo, quando se ne vide il bisogno. Noi siamo per quest' ultima ipotesi e allora, fin a quando le case non saranno state pronte, come avran fatto a stare tutti nella vecchia villa? E dopo la costruzione delle nuove stanze saranno stati contenti i malcapitati fuggiaschi baresi di vivere in ambienti fatti di fresco e percio' umidi? Tutte queste considerazioni ci inducono a credere che il luogo di rifugio offerto loro dall'arcivescovo non rispondeva alle esigenze anche, modeste della comitiva, e che molti, se non proprio tutti, avranno cominciato a mormorare contro l' "Amore" di quella "Cella ", che avran trovato troppo fredda e non conforme a quanto si aspettavano. A questa. situazione troppo amara, se ne aggiunse un' altra di capitale importanza. Che provviste avran potuto avere quei pastori, quei contadini in tempi calamitosi? Ne, pensiamo, sarà mancato il caso di fare assegnamento sulla campagna, che era deserta, devastata ed ammiserita dalle continue scorrerie dei soldati stranieri. Percio' i reverendi, noi temiamo forte avran sofferte, oltre ai mille disagi della vita di profughi, anche la fame! Giunte le cose a tal punto, i fuggiaschi baresi, noi crediamo, non avranno avuta che una idea: vendicarsi contro la Cella d' Amore, causa di tante sciagure. E per vendetta avranno cambiato il se ducente, l' ammagliante, l'ingannevole nome al misero yillaggio e gli avranno imposto il nuovo di Cella Amaris. E ne avevan per bacco, un sacco ed una sporta di ragioni! Qui il nostro lettore potrebbe osservarci: le vostre ipotesi (e di fatti sono ipotesi} non reggono; noi vogliamo fatti accertati. Dove sono i documenti "storici? Noi a tale domanda rispondiamo che sfortunatamente documenti, non ve ne sono, e, meglio, non ne abbiamo potuto trovare. Forse qualche notizia avremo potuto ricavare da quel mucchio di carte antiche che, in pascolo ai topi esistevano nella soffitta di quella casa comunale, e che dall'autorità Sindacale, di parecchi anni fa non ci fu permesso neanche di toccare. Ma, se mancano i documenti le considerazioni che andremo facendo vogliamo sperare riusciranno a tra scinare il benevolo lettore nel campo della nostra tesi:
E' fatto certo che all'epoca della distruzione di
Bari e della conseguente emigrazione dei preti e nobili baresi, l'odierna Cellamare nominavasi Cella Amoris come fanno fede il Beatillo e il Garrubba.
Nello
Statuto dell'Arcivescovo Rainaldo nell' anno 1171 cioè quindici anni dopo la distruzione di Bari questa piccola terra è chiamata col nuovo nome Ce1lammarii , nome già riconosciuto come il piu' appropriato ad essa. Lo stemma di Cellamare è - a nostro avviso - 1a conferma piu' convincente di quanto abbiamo esposto. Esso rappresenta una sirena in mezzo al mare, sormontata dalle parole Celi Amor. Si sa da tutti che le' sirene erano delle deità mitologiche, dotate di rara bellezza, le quali, col loro melodioso canto, attiravano i naviganti, che poi facevano morire. Noi crediamo che negli involontari digiuni e astinenze, nelle lunghe e scomode veglie, i canonici baresi, gente letterata e forse dotta in mitologia avrà detto: anche Celi Amor è una sirena. Col suo nome ammagliante, attraente (e per cio' scritto a caratteri cubitali sulla parte piu' alta dello stemma) ci ha dapprima adescati e poi ingannati condannandoci a morire di fame e di disagi. Ed ecco la sirena a simboleggiare l' inganno patito dai profughi baresi. Che Cellamare nel 1156 sia stata tanto amara che poco piu' morte, è facile desumerlo da cio' che è oggi giorno nel secolo XX, nel secolo dell'elettricità e dei dirigibili. E diciamo cioè senza la minima idea di offendere il popolo di Cellamare, che per la sua laboriosità per la sua ospitalità e per la sua bontà è degno di stima e simpatia.
CELLAMARE NELL'ETA' PREISTORICA
Nel territorio di Cellamare non vi sono tracce di insediamenti risalenti all'età della pietra. Solo verso il XV secolo a.c., nell'età del
bronzo, la vita si affaccia nella zona "COCEVOLE", ad un paio di chilometri dal paese, sulla via vecchia per Casamassima. è qui che si sviluppo' il primo insediamento nell'area dell'odierna Cellamare. Dai numerosi reperti ritrovati nella zona è facile dedurre che si tratto' di un insediamento di eccezionale importanza e che occupo' una grande area di territorio. La posizione favorevole derivava dal fatto che l'avvallamento, che si oggi si osserva, era un importante via canale (solco torrentizio) che partiva da Monte Sannace, presso Gioia del Colle, proseguendo in direzione della vicina Cellamare ed Azetium, che si trovava tra Noicattaro e Rutigliano, e passando dinanzi alla chiesetta rurale dell'Annunziata, nel territorio di Rutigliano, sfociava nell'Adriatico dove oggi è la città di Mola di Bari. La parola Cocevole significa orto , campo in cui crescono bene gli ortaggi. Come mai è stata data questa denominazione a questo angolo dell'agro di Cellamare? Se c'erano gli orti allora c'era acqua? E che acqua: quella sorgiva o quella piovana? Se esaminiamo attentamente la struttura del suolo, ci accorgiamo che esiste un avvallamento, una leggera lama. E' il letto di un corso d'acqua che non c'è piu'. Quando la pioggia cade già per diversi giorni l'acqua forma un grande pantano, essendo la zona piu' bassa di quelle circostanti. Se c'è un'alluvione l'acqua passa proprio di là. Non va dimenticato che le popolazioni primitive costruivano i loro villaggi proprio lungo i corsi d'acqua che permettevano di spostarsi, con una certa facilità , da una zona ad un'altra. Inoltre, la zona Cocevole, è piu' alta delle altre e percio' permetteva agli abitanti di controllare le vie di comunicazione e di difendere le abitazioni che erano piu' giù. Le attività praticate erano la pastorizia e l'agricoltura. La maggior parte dei reperti, riportati in superficie durante i lavori di trasformazione delle colture, purtroppo è andata persa. Non sono pochi i contadini, i piu' anziani, che possono testimoniare che gli aratri meccanici hanno fatto riaffiorare decine di lastroni calcarei ,cocci ,anse ed oggetti di pietra. Nella stessa zona si trovano, come dicono i contadini, i "paretoni". Si tratta delle "muragge" ossia muri formati di pietre, poste le une sulle altre con bravura e perizia, senza malta, a secco. Diversi storici ritengono si tratti di monumenti sepolcrali "i dolmen". Esistono tre principali tipi di dolmen: il primo è costituito da una galleria con lastroni di pietra laterali, sormontati da altri lastroni, poi coperti da un cumulo di pietrame a forma ellittica; il secondo consiste in un sarcofago in pietra ,ricoperto come il precedente da pietrame a forma ellittica; il terzo, piu' modesto, consta di un piccolo sarcofago monolitico coperto da un minuscolo cumulo di pietre. Quest'ultimo tipo si nota nel territorio di Cellamare, in agro Cocevole.
Il Menhir di Cellamare
In territorio di Cellamare, e precisamente al confine tra il territorio di Noicattaro e Cellamare, strada della Cappella, sulla via per Rutigliano è ubicato un menhir. Quel blocco di pietra su cui è incisa la parola "NOJA" ha un grande valore archeologico ed ha millenni di vita. Come i dolmen, anche i menhir, per molto tempo, hanno stuzzicato la fantasia popolare. Il significato di questi monoliti è tuttora oggetto di studi. Diversi sostengono che la loro funzione fosse quella di segnalare il confine tra territori . Non manca chi sostiene che fossero punti di riferimento per la viabilità dell'epoca. Il termine proviene dal dialetto brettone e letteralmente significa "pietra fitta e lunga" ("men" pietra, "hir"-lunga). Il menhir di Cellamare è un segno dimostrativo (forse unico) del sistema antico divisionale dei territori amministrativi.
Stemma comunale: cosa significa e da dove trae le sue origini?
Delle "
Sirene" parla ufficialmente il Pomba nella sua enciclopedia del 1953 definendole come dee marine, figlie di Acheloo e Calliope, che dalle Muse gelose furono trasformate in mostri: donne fino alla cintura e di qui in giu' pesci; con la voce affascinante attiravano i naviganti a precipitarsi in mare. Venivano localizzate sulle spiagge del mar Tirreno, fra Caprera e la costa Italiana: Presso Sorrento sorgeva loro un tempio ed il sepolcro d'una (Partenope) era a Napoli, dove ogni anno si faceva una corsa con le fiaccole in onore delle sirene. In araldica la figura tradizionale della Sirena è simbolo di bellezza fallace.
Sant'Amatore , Il Santo Patrono
Nacque a Tuccitano in
Spagna. La sua adolescenza e giovinezza fu radiosa. I suoi bravi e buoni genitori gli insegnarono ad amare Dio ed il prossimo, specie i sofferenti. Perduta la mamma, il babbo prese Amatore e gli altri figli e si trasferi' a Cordova per mandarli comodamente a scuola. Il suo maestro fu il dotto e santo vescovo Eulogio. Anche questo morirà martire. Infuriando la persecuzione musulmana si uni' ad un monaco di nome Pietro, a Ludovico fratello di Paolo diacono e martire, entrambi Cordovesi, e si lanciarono da leoni alla conquista delle anime. Furono afferrati, trucidati. I loro corpi furono buttati nel fiume Quadalquivir il 30 aprile 855. Dopo alcuni giorni i tre cadaveri, trovati sulla spiaggia di Beta, furono raccolti da mani pietose. Dio preparava il trionfo ai suoi eroi. Il Papa Clemente X dava la reliquia insigne di S. Amatore al Duca di Giovinazzo, D. Domenico De Iudice, che, in missione di ubbidienza ando' a Roma con D. Pietro di Aragona luogotenente del Re di Napoli. Il Duca di Giovinazzo la donava a Cellamare verso l'anno 1670.
- Si ricorda che:
L'ultima Domenica di Aprile per l'intera mattinata è presente il cosiddetto mercato generale, dove è possibile reperire quasi ogni sorta di articolo, dal piu' comune al piiu' strano e ricercato. Nel pomeriggio c'è il consueto corteo storico per rievocare la consegna delle reliquie di Sant'Amatore alla Chiesa Matrice del Paese S. Maria Annunziata.
La Domenica successiva, che è la prima del mese di Maggio, c'è la celebrazione della
S. Messa officiata nella Chiesa di S. Maria Annunziata in Piazza Don Bosco, con relativa processione. In serata fuochi artificiali e concerto di musica classica in Piazza Aldo Moro.

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11 novembre 2007

Gravina in Puglia (BA)

Buongiorno a tutti (belli e brutti) amici miei!Oggi dedico un bel post alla cittadina di Gravina in Puglia (chiamata anche Gravina di Puglia, se volete).
Gravina in Apulia, in dialetto Gravine, è un comune di 43.671 abitanti della provincia di Bari. La città riveste un ruolo di grande importanza nel territorio murgiano, ed è per questo motivo che Gravina è stata scelta come sede del Parco Nazionale dell'Alta Murgia. Il nome "Gravina" proviene dal motto riportato sul gonfalone cittadino Grana dat et vina", attribuito alla città da Federico II del Sacro Romano Impero, il quale amava questa città tanto da definirla "giardino di delizie"; egli infatti fece realizzare in loco un castello che aveva la funzione di ospitare lui ed i suoi uomini, prima e dopo le battute di caccia svolte nel territorio murgiano.
Il Territorio.
Gravina è situata sulla Murgia Occidentale, con territorio esteso ha 38.130 mq, con altitudine media di metri 338 e massima di 672. Si estende tra un spaccatura della crosta terrestre attraversata da un fiumiciattolo (Torrente Gravina, affluente del Bradano), in un territorio caratterizzato dalla presenza di cavità carsiche (Pulicchio di Gravina). Il clima è mediterraneo, con inverni quasi miti ed estati calde e secche; condizioni che determinano l'alternarsi di due stagioni favorevoli alla vegetazione, quali primavera ed autunno. La vegetazione comprende numerosissime specie (pseudo steppe mediterranea) a cui si contrappongono interminabili uliveti e vigneti, ma anche la coltivazione del grano duro è tra le peculiarit�� del territorio. Comune dell'entroterra pugliese, che delimita il confine tra Puglia e Lucania. Gravina pu�� vantare una storia non del tutto indifferente. Abitato già abitato, con certezza, dal Paleolitico antico, ma i resti più antichi e più consistenti risalgono al Neolitico, intorno al 5950 a.C. I preistorici gravinesi furono agricoltori, allevatori, artigiani. Abitavano grotte e anfratti naturali ma anche capanne costruite con cinta di pietre perimetrali, palo di legno centrale e copertura di rami e canne.
La Storia.
Gli insediamenti più antichi sono stati individuati nelle contrade: Pietramagna; Botromagno; Murgetta; S.Paolo; S.Mauro; S.Giacomo; S.Francesco; nel bacino torrentizio "La Gravina". I toponimi: Sidion, Silvium, Petramagna, Botromagno e i nomi degli antichi indigeni: Peuceti, Sidini, Silvini attestano che la città subi' la colonizzazione greco-orientale e romana. Lo confermano oltretutto le tombe e i loro corredi.
Il Castello federiciano di Gravina ed il Ponte romano
Fu
polis con diritto di coniare monete (Sidinon) all'epoca di Alessandro il Molosso. Dopo la terza guerra sannitica (305 a.C.) fu municipium romano e centro economico-politico di grande importanza, tant'è vero che i Romani fecero passare anche la via Appia da Silvium (antico nome di Gravina). Aveva un ruolo di primaria importanza sotto il profilo commerciale, infatti era una terra ambita da molti conquistatori Bizantini, Longobardi, Berberi Musulmani. Con la caduta dell'impero romano d'occidente il Sud d'Italia e Gravina in Puglia furono sotto la giurisdizione Bizantina sino all'avvento dei Normanni Altavilla. Intorno al 1006 Fu contea con Accardo, padre di Umfrido. Questi nel 1091 ricostituo' la diocesi e consenti' la costruzione della cattedrale presso il castello, sul ciglio della "Gravina" tra i rioni, Piaggio e Fondovito. Gli Aleramici e i De Say la elevarono a Marchesato; Federico II del Sacro Romano Impero con Gilberto d'Aigle la mise a capo del Giustizierato di Terra di Bari, ponendola in primo piano tra le città di Puglia per le sue ricchezze e bellezze naturali. Dal 1267 al 1380 fu feudo degli Angioini ora d'Angio', ora d'Ungheria. In questo stesso periodo Gravina in Puglia divenne città demaniale e feudale. Conobbe il Cristianesimo nel I secolo dopo Cristo e fu evangelizzata da Basiliani, Benedettini, Francescani, Domenicani. Nel XIII secolo giunsero i monaci degli ordini cavallereschi: Templari e Cavalieri Gerosolomitani, che furono possessori di case e territori di grandi estensione. Nel XIV secolo divennero feudatari gli Orsini di Roma, successivamente si avvicendarono i discendenti delle case Del Balzo e Anguillara, di Taranto e Solofra. Francesco Orsini, prefetto di Roma, elevo' il feudo di Gravina in Puglia a ducato.
Gli
Orsini furono signori dal 1380 al 1816. In questo lungo arco di tempo la città subi' le prepotenze feudali, dell'alto clero, della oligarchia locale, tra l'altro la città diede i natali a Papa Benedetto XIII (Pietro Francesco Orsini) nel 1649. La situazione si aggravo' durante il periodo borbonico, quando aumentarono angherie e violazioni di elementari diritti umani, tanto che Gravina in Puglia conto' molti rivoluzionari e patrioti dal 1789 sino all'Unità d'Italia, con una "vendita" carbonara. Protagonista delle vicende storiche di fine '800 ed inizio '900, contribui' all'Unità d'Italia con patrioti e martiri delle guerre d'indipendenza e della I Guerra Mondiale. La città fu in parte danneggiata dai bombardamenti degli aerei tedeschi durante il secondo conflitto mondiale. Ancora oggi nella città di Gravina prende luogo la Fiera San Giorgio, che si ripete ogni anno dal 1294 (in Aprile). Essa è una delle più antiche fiere d'Italia e del mondo: infatti nel 2007 è giunta alla 713^ edizione.
Il Ponte romano.
Collega le due sponde del torrente di Gravina dando vita ad uno splendido panorama dell'habitat rupestre. E' stato costruito intorno alla metà del '700 per portare sotto le mura della città le acque della sorgente S. Angelo.
Le Chiese.
Tantissime le chiese presenti nella zona. Tutte antiche e bellissime. Al riguardo, si ricordano quelle dedicate a: S. Francesco, S. Agostino, Madonna delle Grazie, San Sebastiano, Mater Gratiae, Santa Maria del Suffragio, San Nicola, Santa Sofia, Santa Maria delle Domenicane e quella dell'Annunizata. Per maggiori dettagli sui citati edifici sacri potete visitare il Link di Gravina on line.
La Cattedrale.
La bellissima Chiesa Basilica Cattedrale della cittadina, di sicuro stile rinascimentale, con accenni gotici e romani. Fu edificata dai normanni (Unfrido d'Altavilla) nell'XI secolo. venne considerata, in ordine cronologico, la quarta Cattedrale della città dopo le chiese grotte di San Michele e San Marco, la terza di San Giovanni Battista. A causa di un vasto incendio che si verifico' nel 1447 e per un terremoto che avvenne invece il 5 dicembre del 1456, l'originaria cattedrale ando' quasi completamente distrutta. Assieme alla Chiesa anche il castello della famiglia Altavilla venne ridotto a pezzi. Dell'antica cattedrale, quindi, non restarono che soltanto alcune testimonianze architettoniche come: il rosone della fiancata sud-est, o le originali basi delle colonne, con zampe leonine agli angoli del plinto, le stesse colonne, sette per parte, che dividono il tempio in tre navate. Successivamente, grazie all'interessamento del vescovo della città murgiana Matteo D'Aquino (assieme al valido aiuto del Duca Francesco Orsini e dalla città intera) vennero iniziati i lavori di ricostruzione della nuova cattedrale. Bellissime e di alta manifattura le ornamentali decorazioni presenti sulla parte esterna di questa bellissima chiesa. La facciata principale, ad esempio, è ornata da un rosonea ventiquattro razze e da una serie di mascheroni. L'interno della cattedrale è a pianta basilicale con tre navate divise da quattordici colonne sormontate da capitelli di diverse fogge che reggono arcate a tutto sesto. Le bifore rinascimentali ricordano gli antichi matronei romanici. Presenza altrettanto importante è quella del cosidetto "arco di trionfo". E' sorretto da due grandi colonne di stucchi dorati. Al di sopra dello stesso sono scolpiti gli stemmi: del Capitolo, della Città di Gravina, della famiglia Orsini e dell'Ordine dei domenicani. Maggiori informazioni sulla Cattedrale di Gravina sono presenti sul seguente sito : Gravinaoggi.it .
I consigli del Capocomitiva.
In conclusione, cari amici, il mio consiglio spassionato è quello di recarvi al piu' presto in questa bellissima ed affascinante citta delle Murge. Troverete davvero tentissime bellezze storiche da visitare e, onestamente, avrete anche la possibilità di mangiare delle ottime pizze in diversi locali presenti nel paese. Permettetemi di segnalarvi due locali dove sono andato di persona e dove ho potuto mangiare veramente delle pizze semplicemente magnifiche: una è la pizzeria ANTICHI PORTICI (Via Milano, 1), l'altra è il FORNO ANTICO (Via A. de Gasperi, 36). Ho fatto pubblicità????Vabbe', ma scusate, se sono buone non è colpa mia. Le altre, francamente, non le ho provate ma, penso che siano altrettanto ottime. Il discorso è che mi ci ha portato, a suo tempo, un mio carissimo amico di Gravina e, anche secondo lui, sono queste le pizzerie piu' gustose del paese!!!!!
www.gravinaoggi.it, www.gravinainpuglia.it e Nicola il mio amico Gravinese!!!!

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11 ottobre 2007

Modugno (BA)

Buongiorno a tutti cari amici. E' da tanto che non ci si vedeva vero???Ahimè tra alti e bassi vari oggi ritorno fra voi per descrivere un po' un Comune che si trova proprio a due passi da Bari: Modugno.
Tantissime sono le cose da dire su questo bel centro cittadino ed altrettanto lunga è la storia delle origini del citato paese.

Geograficamente parlando, la cittadina è situata nell'immediato entroterra barese, nel territorio detto anche conca di Bari. Modugno, come già detto anticipatamente, sorge a pochi chilometri a sud-ovest del capoluogo pugliese. Il suo territorio è prevalentemente pianeggiante ma caratterizzato da una continua e leggera pendenza in ascesa verso la Murgia. Molto interessante è il fenomeno carsico delle lame.

Lo stemma.
Rappresenta un cardo selvatico con tre fiori, radici esposte e quattro foglie, dominante in campo azzurro su scudo sormontato da corona merlata.Il cardo selvatico è una pianta restia a farsi soffocare dalle altre piante e capace di rispuntare anche dopo incendi. Il significato simbolico del cardo selvatico allude al carattere fiero ed autonomo dei modugnesi, capaci di resistere anche ai tentativi di oppressione e alle avversità. Questo carattere è ben documentato nella storia di Modugno: in diverse occasioni i modugnesi si sono autotassati per raccogliere il denaro necessario per comprare ai feudatari il territorio ed acquisire la libertà.La testimonianza più antica giunta sino a noi dello stemma del cardo selvatico è del ' 68 e si puo' vedere sulla facciata del Palazzo della Regia Corte. La versione attuale dello stemma cittadino, adottata nel 1946, riprende lo stemma litico, risalente al 1639, presente in Piazza del Popolo nell'angolo esterno della facciata della Chiesa di S. Maria della Croce. Lo stesso stemma comunale in pietra è presente anche in cima all'ingresso del palazzo municipale (ex convento di S. Maria della Croce), in chiave di volta della Porta del Suburbio e sulla facciata della Sede del Sedile dei Nobili, dove lo stemma comunale è presente anche sulla ringhiera in ferro battuto.

La Storia
Chi ne sia stato il primo fondatore, e quando abbia avuto inizio la città di Modugno ci è ignoto, ma il non sapersi la sua origine li è di pregio, perchè dimostra la sua antichità, se pure ricorrer non si voglia all'invenzione, ed alle favole come taluni fanno per dar lustro, e splendore alle città, di cui scriver debbono.
(Dott. Vitangelo Maffei nella "Relazione delle cose notabili di Modugno",
1774).
La regina Bona Sforza. Il Seicento è uno dei periodi di maggiore splendore della Storia di Modugno.
Modugno ha una storia che risale a tempi remoti, in quanto il territorio comunale è stato abitato sin dalla
Preistoria. La città, fondata probabilmente nell'Alto Medioevo, in periodo bizantino, subi' le dominazioni normanna e sveva sotto le quali il Sud Italia conobbe un periodo di sviluppo. Modugno faceva parte del feudo concesso agli arcivescovi di Bari. Venne parzialmente distrutta e poi ricostruita nel periodo angioino. Nella seconda metà del XIV secolo era un feudo sotto i re aragonesi i quali concessero la città di Modugno, con Palo del Colle e Bari, agli Sforza. Durante il periodo in cui era ducato sforzesco (e in particolar modo durante il governo di Isabella d'Aragona e Bona Sforza), Modugno visse uno dei periodi di suo massimo splendore. Dopo di che si ebbe una rapida decadenza dovuta alla dominazione spagnola durante la quale, tuttavia, la città seppe dimostrare il proprio orgoglio affrancandosi dal giogo feudale tramite il pagamento di un riscatto. La situazione di crisi continuo' anche durante le successive dominazioni austriaca e spagnola. La Rivoluzione Francese fece sentire i propri effetti anche nel Sud Italia e Modugno venne assediata da un'orda di sanfedisti. Per un decennio, si instauro' un governo filonapoleonico, dopo di che venne restaurato il regno borbonico che rimase in piedi sino all'Unità d'Italia del 1861 (anche se Modugno, con tutto il Regno delle Due Sicilie, fu unita al Regno di Sardegna fin dalla Spedizione dei Mille del 1860.
(Per approfondire, vedi la voce Storia di Modugno.)

Etimologia del nome
Il primo documento dove si trova il nome di Modugno risale al maggio
1021. Si tratta di un contratto con il quale un tale Traccoguda "de loco Medunio" dava in prestito otto soldi a Giovanni e Mele di Bitetto, ricevendo in pegno una vigna che si trovava "in ipso loco Medunio". L'ipotesi maggiormente accreditata sull'origine del nome "Modugno" è quella che lo farebbe derivare da "Medunium", ovvero "in medio", a metà strada tra Bari e Bitonto. Nella centuriazione (divisione dell'agro) romana, il primo nucleo di Modugno doveva, infatti, trovarsi al confine tra l' ager bitontinus e l' ager varinus. Un'altra ipotesi sull'etimologia del termine Modugno, è legata al nome della piccola altura dove sorse il primo borgo modugnese: la motta. In questo caso "Metu-genus" o "Mottu-genus" significherebbe "sorto sulla motta". Esiste ancora un'altra ipotesi, ma ritenuta poco affidabile, secondo la quale il nome di Modugno deriverebbe dalla città greca di Medon o da quella di Modon: i colonizzatori greci usavano dare il nome delle proprie città di origine alle nuove colonie. Ma cio' presupporrebbe che l'origine di Modugno sia di molto precedente a quella che si ritiene comunemente.

Nel XIII secolo, sotto la dominazione angioina, è possibile ricavare dai documenti dell'epoca un'indicazione sulla popolazione modugnese. In un dato del 1276 Modugno è registrata per un'oncia corrispondente a quattro fuochi (nuclei familiari). Pure aggiungendo le autorità civili, militari ed ecclesiastiche, non incluse in questo censimento effettuato ai soli fini fiscali (per l'imposizione del c.d. focatico), è facile notare come all'epoca la popolazione modugnese fosse piuttosto esigua.
Durante il periodo del ducato di
Bona Sforza, Modugno visse un periodo particolarmente fiorente che si accompagno' ad una forte crescita demografica. Nel 1595 la popolazione supero' i 1400 fuochi e nella città fecero il loro ingresso nuove famiglie che avrebbero ricoperto ruoli di prestigio e avrebbero deciso le sorti economiche e politiche modugnesi.
Sotto la dominazione spagnola nel
Regno di Napoli inizio' un periodo di declino che si manifesto' anche con la riduzione della popolazione: dai 10.000 abitanti che alcune fonti contano sul finire del XVI secolo, si arriva ai circa 5.000 della fine del XVIII secolo.
Con lo sviluppo della zona industriale, negli ultimi decenni, la popolazione di Modugno è aumentata notevolmente triplicandosi dagli
anni Sessanta agli anni Novanta. Una larga fetta della popolazione modugnese (piu' di 5000 persone) risiede in contrada Santa Cecilia, nel centro residenziale C.E.P., contigua al quartiere San Paolo di Bari.
Monumenti di interesse storico-artistico.
Il santuario di Santa Maria della Grotta sorge sul ciglio della lama Lamasinata, a tre chilometri da Modugno, sulla strada provinciale per il quartiere barese di Carbonara . Caratteristico è il viale fiorito che conduce al santuario. Dalle terrazze del santuario si domina una bella fetta di territorio dove si possono vedere cipressi, salici ed eucalipti; alle spalle del santuario sorge una pineta. Molto particolare è il campanile che ha una base molto possente, che ricorda quasi una torre a scopo militare, sulla quale si erge un torrino con merlature e colonnine in netto contrasto con la parte sottostante.
Non si conosce con precisione la data dell'insediamento religioso, ma le sue origini sono molto antiche: nel
VIII secolo era una chiesa rupestre, chiamata Santa Maria in Gryptam, che diede rifugio ai monaci basiliani che sfuggivano alle repressioni iconoclastiche. Sembra che su questo insediamento sia sorta nel XI secolo un'abbazia benedettina. Grazie alla sua posizione, nel Medioevo è stata meta di pellegrinaggi e punto di transito per Crociati che si dirigevano verso la Terrasanta o di ritorno da essa: dal 1139 l'abbazia ospito' fino alla sua morte nel 1155, San Corrado di Baviera. Nel 1313 Roberto d'Angio' soppresse il convento per motivi politici. Escluso qualche breve periodo, da allora in poi il culto venne progressivamente abbandonato e nel XIX secolo il complesso venne acquisito da Luigi Loiacono che lo trasformo' in una villa per la sua famiglia.
Nel
XX secolo l'insediamento fu abbandonato al degrado fino al 1974 quando i Padri Rogazionisti diedero il via ad una serie di restauri che hanno riportato il santuario all'antico culto di Maria. Durante i restauri sono venute alla luce una serie di testimonianze del culto anticamente praticato in questi luoghi come la grotta dove visse San Corrado, un frammento di mosaico, degli affreschi e una statuetta in pietra calcarea raffigurante la Pietà.
Il santuario è meta, per i modugnesi, della tradizionale gita fuori porta in occasione di
Pasquetta.

La Chiesa di San Felice in Balsignano
Nel territorio di Modugno, a sud-est in direzione di Bitritto, a poca distanza dal centro abitato si trova il Casale fortificato di Balsignano, le cui prime notizie storiche sono datate 962: in un documento viene nominato un castrum in "loco basiliano". Il nome potrebbe derivare dai monaci seguaci di san Basilio che si sarebbero insediati nelle vicinanze. Nel 988 fu distrutto dai Saraceni durante le loro azioni in Terra di Bari. Venne subito ricostruito e, nel 1092, donato all'abbazia benedettina di Aversa; dal XIII secolo fu posseduto da diversi feudatari. Nel 1349 fu teatro di uno scontro fra esercito filoangiono e quello filoungherese, nel quadro degli scontri per la successione al Regno di Napoli. Nel 1526 venne distrutto durante lo scontro tra francesi e spagnoli che combattevano per il possesso dell'Italia meridionale. Attualmente il Casale fortificato di Balsignano è soggetto ad una serie di restauri promossi dal comune di Modugno e dall'Associazione Nuovi Orientamenti. Si conserva la struttura perimetrale realizzata a secco, una costruzione a due livelli con due torri a base rettangolare, la corte con la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli e, all'esterno, la chiesa di San Felice in Balsignano.
La chiesa di Santa Maria di Costantinopoli risale al
XIV secolo ed è formata da due costruzioni affiancate di base rettangolare, con volta a botte ogivale. Sono presenti degli affreschi di scuola senese molto deteriorati. La chiesa di San Felice (erroneamente attribuita in passato a san Pietro) costituisce un meraviglioso esempio dell'arte romanico-pugliese dell'XI secolo. Fonde elementi architettonici d'oltralpe, bizantini ed arabi: ha pianta a croce e cupola a tamburo ottagonale.
Presso il Casale di Balsignano, negli
anni Novanta, in seguito agli scavi archeologici finanziati dall'Amministrazione Comunale, sono stati rinvenuti 10.000 reperti che mostrano l'esistenza di un insediamento neolitico del VI-V millennio a.C.; il sito archeologico, che si estende per circa due ettari, è considerato il più antico della Bassa Murgia.

La Chiesa Maria Santissima Annunziata
La facciata della Chiesa Maria Santissima Annunziata in un dipinto di Michele Cramarossa
La chiesa Maria Santissima Annunziata, fondata intorno all'anno Mille, è la chiesa madre di Modugno, ma in origine il titolo era attribuito alla
Chiesa di Santa Maria di Modugno. Nell'XI secolo viene citata come sede vescovile, ma il secolo successivo viene ridotta alle dipendenze degli arcivescovi di Bari, feudatari di Modugno. Fu restaurata nel 1347 dall'arcivescovo Bartolomeo Carafa e nel 1518 a spese del Capitolo di Modugno con il contributo della regina Bona Sforza.
La sua struttura odierna risale al
1626 quando finirono i lavori che seguirono il progetto dell'architetto Bartolomeo Amendola di Monopoli. La copertura del tetto venne ultimata nel 1698 e il campanile è del 1615. Nel 1642 è stato aggiunto un cappellone laterale. La struttura seicentesca a navata unica, lunga 45 metri e larga 14, inglobava la precedente chiesa a tre navate. Il campanile è in stile romanico-pugliese, come quello che caratterizza la cattedrale di Bari e di Palo del Colle. E' alto piu' di 60 metri ed è impreziosito da bifore, trifore e quadriforme. La facciata, in stile tardo rinascimentale, è preceduta da un ampio sagrato ed è realizzata in pietra calcarea. Di importante valore artistico è il portale con architrave riccamente decorato e con due colonne corinzie sormontate dalle sculture a tutto tondo della Vergine Maria inginocchiata e dell'arcangelo Gabriele. Il portale è sormontato da un bassorilievo che rappresenta lo Spirito Santo sotto forma di colomba. Il cappellone e il presbiterio sono sormontate da cupole ottagonali con lanterna finale. All'interno sono presenti sette altari laterali, due di legno e gli altri di marmo; un tempo erano dedicati alle famiglie nobili modugnesi e fungevano da sepolcri gentilizi come è intuibile dagli stemmi familiari che li sormontano. Il presbiterio è separato dalla navata da una balaustra di marmo intarsiato.
Le decorazioni degli interni sono state affidate a diversi artisti esponenti del barocco napoletano del Seicento. Le famiglie modugnesi furono particolarmente generose nelle commissioni: i quadri sono di Carlo Rosa, Nicola Gliri di Bitonto si occupo' del Cappellone e Domenico Scura di Modugno dipinse il magnifico soffitto ligneo che sovrasta la navata. Particolarmente armonici risultano, nell'insieme, tutte le decorazioni nell'interno della Chiesa. E' considerato un capolavoro la tavola di
Bartolomeo Vivarini, del 1472, raffigurante l'Annunziata. Nel 2002 è tornata nella Chiesa dopo circa 60 anni d'assenza. La chiesa Matrice di Modugno conserva anche tele provenienti dalla chiesa delle Monacelle, fra cui quelle di Gaspar Hovic, di Giuseppe e Nicola Porta della scuola di Corrado Giaquinto (XVIII secolo).

L'"Annunciazione" di Bartolomeo Vivarini.
Custodita nella chiesa Maria Santissima Annunziata, la pala d'altare dipinta dall'artista veneziano Bartolomeo Vivarini è uno degli elementi pittorici di maggior interesse storico-artistico di Modugno. L'opera risale al 1472 ed era originariamente la parte centrale di un polittico. Nel XIII e nel XIV secolo la Repubblica marinara di Venezia aveva stretti rapporti commerciali con molte città costiere pugliesi, influenzandone la politica ma anche il gusto artistico delle classi più agiate: cio' spiega la commissione di tale lavoro all'artista muranese da parte del clero modugnese.
In principio, la pala lignea era collocata nel catino absidale della
chiesa Maria SS.ma Annunziata. Vi rimase fino al 1929 quando l'arciprete Francesco Bux ne autorizzo' il trasferimento momentaneo nella Pinacoteca provinciale di Bari; vi rimase fino al 2002 quando torno' nella sua attuale collocazione in una teca protettiva nei pressi dell'altare.
Di particolare interesse è la prospettiva della stanza in cui si svolge la scena dell'Annunciazione. Notevole attenzione meritano i particolari dell'opera: una finestra che lascia spaziare lo sguardo sino alle montagne sullo sfondo, il giglio tenuto nelle mani dell'angelo de il breviario in quelle della vergine, il vaso e il cuscino che si intravede dietro la tenda. L'uso di colori morbidi e sfumati, abbinati ai contorni ben definiti delle figure comunicano un senso di serenità.

La Piazza Sedile
E' situata ad est del centro storico e trae il proprio nome dal "
Seggio dei Nobili", luogo in cui l'aristocrazia modugnese eleggeva i propri rappresentanti e prendeva le proprie decisioni per l'indirizzo politico della comunità. Infatti, la piazza è di origine Settecentesca, fortemente voluta da quelle famiglie trasferitesi a Modugno quando era ducato sforzesco, soprattutto dal Ducato di Milano, e che volevano mostrare il loro potere e la loro ricchezza frutto dei commerci. Il palazzo, forse, più rappresentativo della piazza è la Sala del Sedile dei Nobili, frutto di un restauro Settecentesco che aggiunse alla fabbrica preesistente la torre dell'orologio caratterizzato da merlatura alla guelfa e sormontato da un'elegante struttura in ferro battuto che contiene due campane: una che segna lo scandire del tempo, l'altra che avvisava i nobili dell'inizio delle assemblee. L'orologio funziona grazie a un sistema di caricamento a contrappesi. Il recente restauro del 2005 ha mostrato il profilo dell'originale portale del Seicento. L'emblema comunale del cardo selvatico è presente sulla facciata, sia nella parte superiore alla finestra che sormonta l'architrave, sia nella ringhiera di ferro battuto, a voler sottolineare il ruolo istituzionale che il palazzo aveva. Dal 1998 è sede della Pro Loco. Nel lato opposto della piazza si puo' vedere il Palazzo Scarli, datato 1601, al cui facciata è impreziosita da un'elegante balaustra. Il Palazzo fu fatto costruire dalla famiglia Scarli, trasferitasi a Modugno da Novara nella prima metà del XVI secolo.
Sino all'abbattimento delle mura cittadine nel
1821, la Piazza era chiamata Largo Purgatorio, dal nome dell'omonima chiesa presente al culmine della piazza. La successiva creazione della strada consolare Bari-Altamura (oggi via Roma e Corso Vittorio Emanuele) defini' i limiti attuali della piazza che venne sistemata tra il 1863 e il 1879. La Chiesa di Santa Maria del Suffragio (o del Purgatorio) fu costruita dal 1639 al 1766. Il sagrato è sopraelevo costituisce la cima di una cisterna pubblica sistemata nel 1860. Un portico in pietra levigata di stile neoclassico precede la facciata in tufo. La parte destra della chiesa è collegata alle abitazioni vicine tramite archi, sulla parte sinistra sono presenti cinque monofore e un ingresso secondario, sormontato da un bassorilievo. L'interno, a navata unica, conserva un pavimento maiolicato del 1720, una cantoria seicentesca in legno dorato e intarsiato, impreziosita dalla tela della Madonna del Suffragio e da due piccoli organi simmetrici del Settecento. Ci sono sue altari laterali con statue lignee e un pulpito di legno dorato e intarsiato. Si contano ben 46 dipinti appartenenti alla scuola napoletana seicentesca, una trentina dei quali sono attribuiti al bitontino Carlo Rosa. La Chiesa viene comunemente detta del Purgatorio dalla confraternita che vi opera, fondata nel 1632 dall'arcivescovo Ascanio Gesualdo e insediata nella chiesa dal 1651. Nel 1877 venne rifondata, col regio consenso, trasformandosi in Opera Pia dedita al sostentamento e all'educazione di povere ragazze orfane.

La facciata della Sala del Sedile dei Nobili, in Piazza Sedile
I palazzi Ottocenteschi che circondano la Piazza sono in armonica con le strutture del secolo precedente.
Palazzo Crispo, realizzato tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo seguendo il progetto del bitontino Vincenzo Castellucci, segue uno stile tardo neoclassico. Interessanti sono il coronamento della facciata con traforo floreale e il torrino con merlatura alla ghibellina in evidente contrasto con quella della torre dell'orologio: il generale sardo Alberto Crispo, voleva simboleggiare la rottura tra i Savoia e lo Stato della Chiesa. Gli interni del palazzo conservano la struttura, gli affreschi con motivi vegetali e animali mitologici, e gli arredamenti originari. La famiglia Crispo abita il palazzo ancora oggi. Sul lato opposto della piazza c'è l'ottocentesco Palazzo Zanchi-Giampaolo, in stile neoclassico, del quale non si hanno notizie storiche approfondite.
Piazza Sedile, continua ad avere ancora oggi un'importanza fondamentale nella vita della comunità modugnese, qui hanno sede diversi circoli ricreativi cittadini e molte manifestazioni culturali si svolgono proprio nella piazza principale.


L'agricoltura del posto
Da centro a vocazione agricola, Modugno ha subito una forte e rapida metamorfosi a favore dell'industria e dell'artigianato. Dagli anni Sessanta questo settore ha sottratto all'agricoltura superficie e manodopera. L'espansione urbanistica che ne è conseguita ha contribuito notevolmente alla riduzione di tale area. La superficie agricola modugnese è di 1381 ettari, al 43 è posto fra i 48 comuni della Provincia di Bari.
Cio' nonostante, oggi si assiste ad una ripresa del settore agricolo che conta circa 30 aziende. Esse operano nella coltura di prodotti ortofrutticoli, della pregiata
ciliegia "Ferrovia", dell'uva da tavola (di cui la Puglia è prima produttrice in Italia), di mandorle e soprattutto di olive per la produzione dell'olio extravergine. Modugno è al quarto posto nella coltivazione provinciale di piante aromatiche e medicinali.
Le varietà di olive maggiormente coltivate nel territorio modugnese sono l'Ogliarola (o Cima di Bitonto) e la Coratina. Dalla sintesi delle caratteristiche della dolce ogliarola e della piccante coratina deriva una pregevole qualità d'olio Extravergine d'oliva dal leggero retrogusto mandorlato derivante dalla vicinanza di colture di mandorlo.
A Modugno sono operanti tre
frantoi, il piu' importante dei quali è il frantoio sociale che raccoglie il 90% della produzione locale (circa 20.000 quintali) e rappresenta un punto di riferimento anche per i paesi limitrofi. Questo frantoio è affiliato all'ASSO.PRO.OLI. (Associazione dei Produttori Olivicoli) che controlla e certifica tutte le fasi della trasformazione dell'oliva in olio extravergine.
Una quantità dell'olio prodotto è destinato al consumo locale, ma la parte piu' grande è destinata al centro di imbottigliamento di
Andria, dove viene accuratamente controllato, imbottigliato e commercializzato in tutto il mondo con marchio D.O.P. (Denominazione di Origine Protetta).
I tradizionali prodotti agricoli modugnesi, le mandorle e l'uva, trovano largo utilizzo nella cucina tipica locale. Le colture di questi due prodotti, generalmente, non seguono tecniche intensive e, essendo in buona parte destinate ad un consumo familiare, fanno un uso ridottissimo di pesticidi e prodotti chimici. Questo tipo di agricoltura, pur non essendo certificata come tale, puo' essere considerata biologica a tutti gli effetti.

Il centro storico
E' composto dal borgo antico e dal suburbio. Il primo è sorto e si è sviluppato intorno alla fortezza della Motta. E' possibile ipotizzare l'esistenza di un'antica cinta muraria di epoca normanna che circondava il borgo antico. Nella espansione urbana di Modugno, il borgo antico si ingrandi' col suburbio. Nel XIV secolo la città aveva una cinta di mura con almeno quattro porte difese da torri.

La Porta del Suburbio
A oriente si apriva la Porta di Bari (
piazza del Popolo); la Porta Bitonto immetteva sulla strada che conduceva alla sede vescovile; a ovest si apriva il Portello (via Portello), in direzione di Palo del Colle, che vide accresciuta la sua importanza nel periodo del Ducato sforzesco; a sud c'era la Porta del Suburbio (via Donato Olimpio). Con l'inglobamento, nel Cinquecento, del Suburbio entro le mura cittadine, questa porta perse d'importanza e rimpiazzata con la Porta la Staccata (fine di via Conte Rocco Stella). Nel Seicento venne sposta la Porta di Bari (in via Porta di Bari) e venne aggiunta la Porta delle Beccherie (a nord-est di Piazza Sedile).
La porta del Suburbio è l'unica di cui si conserva ancora oggi traccia, anche se in un rifacimento piu' recente. Degli ingressi cittadini scomparsi rimangono solo le croci lignee che erano apposte sulle porte e benedette annualmente.
Nel
XVIII secolo le mura non coprivano l'intero perimetro cittadino o, perlomeno, non assolvevano un'adeguata funzione difensiva: durante l'assedio del 10 marzo 1799, Giambattista Saliani, nella sua cronaca degli eventi, parla di "borgo non murato". Le mura cittadine, o quel che ne rimaneva, caddero in stato di abbandono e nel 1821 vennero abbattute definitivamente.

La villa comunale
La villa comunale di Piazza Garibaldi è stata realizzata nel 1910 nello spazio denominato "votino" in quanto era lo spazio vuoto dinanzi alla parte occidentale delle mura cittadine. Là c'era una depressione naturale del suolo dove si raccoglievano le acque piovane, ma il luogo era acquitrinoso e malsano. Nel 1855 venne costruito in quello spazio una grande cisterna: il cisternone o "pizzacara" (che in dialetto modugnese vuol dire pescheria). Cio' con lo scopo di aiutare la popolazione nei non rari periodi di siccità in una terra cronicamente povera d'acqua come la Puglia. L'iniziativa fu del ricco proprietario terriero Vito Michele Loiacono che la fece realizzare a proprie spese spendendo 1500 ducati. La grande cisterna è ricoperta da una piattaforma di pietre lisce con quattro pozzi per attingere l'acqua; in fondo ad essa si erge una piccola costruzione per il custode che riporta sulla facciata un'iscrizione che ricorda il benefattore.
Nella villa comunale è presente il Monumento ai Caduti, formato da un alto piedistallo in pietra (che è cio' che rimane del monumento commemorativo dei caduti del
Primo Conflitto Mondiale realizzato nel 1922) e dalla parte in bronzo (realizzata nel 1960 su progetto dell'artista barese Vitantonio De Bellis). Esso rappresenta una donna che ha sacrificato alla patria le persone a lei più care: il soldato colpito a morte e il reduce.
Nel
2000 è stata trasformata radicalmente cambiando la posizione degli alberi, delle palme e del Monumento ai Caduti. Durante i lavori è stato realizzato un anfiteatro semicircolare di fronte al cisternone che ora accoglie manifestazioni di carattere culturale.
Riti religiosi: La Festa patronale di San Rocco e San Nicola da Tolentino
La festa popolare delle celebrazioni patronali in onore di San Rocco e San Nicola da Tolentino si festeggia nell'ultima domenica di settembre, mentre il venerdì, il sabato precedenti e la domenica stessa tre processioni accompagnano la statua di San Nicola per le strade del centro cittadino e delle periferie. La sera, festose luminarie rischiarano a giorno le vie principali e la Piazza Sedile, bande locali eseguono concerti e fuochi pirotecnici colorano il cielo. Il lunedì si festeggia San Nicola. La lunga processione si ferma in Piazza Sedile dove il Sindaco, a nome della comunità modugnese, consegna le chiavi della città al Santo.
San Rocco è il protettore di Modugno. La sua statua di legno che viene portata in processione durante le celebrazioni della festa patronale risale al 1522, quando fu invocato l'intervento del santo a protezione dalla peste e nominato patrono minore della città. I gambali e il cappello d'argento furono donato, nel 1836, dal canonico Luigi Loiacono, come ringraziamento per lo scampato pericolo dell'epidemia di colera che aveva colpito tutta la regione. Nel 1907 la statua del santo venne spostata in un altare della chiesa Matrice.
Secondo la tradizione,
San Nicola da Tolentino fu concepito a Modugno dai suoi genitori in ritorno dal viaggio votivo presso la tomba di San Nicola di Bari. Invocato, insieme alla Madonna Addolorata, come protettore dalla peste del 1656, venne proclamato l'anno successivo Patrono di Modugno. Inizialmente, la sua festa era il 10 settembre. Venne perdendo di popolarità, fino al 1930 quando la Confraternita di San Nicola da Tolentino riprese gli originari fasti nei festeggiamenti. Dal 1952 i festeggiamenti di San Nicola vennero abbinati a quelli di San Rocco.
Nel
2001 Modugno ha ospitato le reliquie del Santo che uscivano per la prima volta dalla Basilica di Tolentino.

Il Culto della Madonna Addolorata
La venerazione della figura di
Maria a Modugno ha inizio con la fondazione della città: infatti, il primo nucleo cittadino sembra sia nato intorno alla chiesa di Santa Maria di Modugno, e moltissime sono le chiese dedicate alla Madonna (la quasi totalità delle chiese modugnesi: SS.ma Maria Annunziata, Assunta, S. Maria del Carmine, S. Maria della Croce, Immacolata, S. Maria delle Grazie, S. Maria dei Martiri, ecc.). Numerose sono le edicole sacre, le immagini venerate e le manifestazioni in onore della vergine promosse dalle Confraternite modugnesi.
Molto forte è la devozione verso la
Madonna Addolorata che trae origine nel XVII secolo quando venne invocato il suo aiuto contro la pestilenza del 1656. I modugnesi, come segno di ringraziamento, costruirono la Chiesa della Madonna dello Spasimo e ogni terza domenica di settembre veniva celebrata una festa in cui si facevano opere di beneficenza, e il lunedì seguente veniva offerto da mangiare ai poveri. Nel 1691 venne nuovamente invocato l'aiuto della Madonna a protezione dalla nuova epidemia di peste. Nel 1722 il culto della Madonna venne trasferito nella chiesa Madre, per ragioni di spazio, e venne sistemata sull'altare dell'Addolorata una nuova statua.
Alla Madonna Addolorata vennero indirizzate le preghiere dei modugnesi durante gli
avvenimenti del 10 marzo del 1799. Quel giorno una massa di sanfedisti filoborbonici dei paesi limitrofi si riuni' per saccheggiare Modugno. In quell'occasione diversi testimoni assistettero all'apparizione di una donna di bianco vestita, con un fazzoletto in mano, sul tetto di un palazzo al limite sud del paese. Si ritenne un miracoloso intervento della Madonna Addolorata apparsa sui tetti modugnesi per proteggerla dagli assalitori. Da quel momento, la festa della Madonna Addolorata venne spostata da ottobre al X marzo e celebrata con grande solennità. Nel 1876 venne proclamata patrona di Modugno.

La Festa di Sant'Antonio di Padova
Dal 1990, unisce manifestazioni di carattere religioso, con iniziative di carattere culturale e solidale. I festeggiamenti iniziano il primo giorno di giugno nella chiesa di Sant'Antonio e trovano il loro apice i giorni 12 e 13 di giugno. Il 12 giugno c'è la benedizione del pane che viene distribuito ai modugnesi, l'immagine del Santo viene spostata dalla chiesa di Sant'Antonio alla Matrice, poi alla Chiesa di Sant'Anna e infine in Piazza Sedile. Il giorno successivo ci sono celebrazioni religiose.
La fiera del Crocifisso
Si svolge la seconda e la terza domenica di novembre. Nasce nel 1622 per celebrare un evento giudicato miracoloso: un fulmine caduto sulla chiesa Matrice uccise alcuni sacerdoti e brucio' l'asta del Crocifisso, lasciando intatta la figura del Cristo. Questa figura del Cristo in croce è conservata ancora oggi nella stessa chiesa ed è posta in una nicchia sovrastante la cappella della Madonna Addolorata. A partire dal 1656, la fiera acquisi' una forte importanza per la popolazione in quanto la peste che colpi' Modugno quell'anno termino' i primi giorni di novembre, poco prima dell'inizio della fiera.
In origine la fiera durava otto giorni, per tutto il periodo compreso tra la seconda e la terza domenica di novembre. Nei primi secoli, la fiera vendeva quasi esclusivamente prodotti agricoli e animali; col tempo si è evoluta allargandosi anche al settore dell'artigianato locale, ai mezzi per lavorare la terra, ai tessuti, ai vestiti, alle piante e a diversi generi alimentari.
Questa fiera ha sempre attratto persone dai paesi vicini e richiama espositori e venditori da tutta Italia: è una delle piu' importanti della provincia. Oggi è possibile trovare ogni genere di prodotti: la fiera è un'occasione per fare acquisti a prezzi vantaggiosi o semplicemente per godersi il piacere di una passeggiata all'aperto. Negli ultimi anni, in concomitanza con la fiera, vengono organizzate manifestazioni culturali collaterali.

La Festa di San Giuseppe e Sagra del Calzone
Il
19 marzo si festeggia il padre putativo di Gesu' con l'allestimento di falo', la preparazione delle zeppole e di pane che viene benedetto e distribuito alla cittadinanza. I festeggiamenti di San Giuseppe, trovandosi alla fine dell'inverno, si sovrappongono ai riti pagani che celebravano l'inizio della primavera e il rifiorire dei germogli. Nei falo' che vengono accesi ai margini delle piazze della città (e in quello piu' grande che viene allestito nella piazza principale) si bruciano grandi cataste di legna e nei campi si incendiano i residui del raccolto precedente. Al fuoco del falo' venivano arrostite le rape e si consumavano taralli, ceci abbrustoliti nella cenere ("le cècere a la rena" nel dialetto modugnese) e il calzone di cipolla. Per questa ragione, alla festa di San Giuseppe è abbinata la Sagra del Calzone.
La Sagra del Calzone consiste nella vendita del calzone di cipolla e di altri prodotti tipici modugnesi nella
Piazza principale, accanto al grande falo'. La serata è animata da canti popolari, danze e spettacoli di vario genere. Il connubio tra falo' e calzone di cipolla ha le proprie origini in un episodio glorioso della storia modugnse, quando, sull'onda degli sconvolgimenti della Rivoluzione Francese, Modugno aveva aderito alla Repubblica partenopea erigendo in città l'"albero della libertà ". Quando, il 10 marzo 1799, le truppe filoborboniche, provenienti da Carbonara, Ceglie e Loseto, assediarono senza successo la città, gli assalitori fecero razzia di quanto trovarono nei campi e negli orti delle case fuori le mura cittadine, soprattutto cipolle e rape, e le arrostirono sui dei fuochi preparati fuori le mura. In quell'occasione si registra l'evento ritenuto miracoloso dell'apparizione della Madonna Addolorata.

Curiosità e religione: Il Presepe vivente
Dal
1995 i parrocchiani della chiesa Immacolata, organizzano un presepe vivente. Nella suggestiva cornice del giardino interno dell'ex convento dei Cappuccini, figuranti in costume animano un museo degli antichi mestieri. L'iniziativa culmina il 6 gennaio con l'arrivo di figuranti negli abiti dei Re Magi e si accompagna alla degustazione di pettole e fagiolata. Il presepe vivente di Modugno attrae ogni anno un gran numero di visitatori, anche dai paesi vicini.
Sempre nel periodo di
Natale, la locale Pro Loco organizza un concorso per premiare i più bel presepe di Modugno. Il concorso prevede diverse categorie in base alla grandezza del presepe e all'età dei partecipanti.

Storia ed immagini by: http://it.wikipedia.org/wiki/Modugno e A. Gernone, N. Conte, M. Ventrella (a cura di), Modugno. Guida Turistico-culturale, Associazione Pro Loco di Modugno, Modugno 2006, pagg.205-213

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